Nel corso dei secoli San Fratello fu terra di conquista
da parte di numerose civiltà. La tradizionale parlata Sanfratellana
affonda le proprie radici nelle invasioni lombarde, determinando così
quell'impasto linguistico così peculiare che ancora oggi, dopo circa 800
anni, la popolazione mantiene nella sua integrità.
"Nella
lingua sanfratellana la pronuncia e le fonetiche sono
determinanti, per una parlata corretta"
La così detta "parlata" di San Fratello affonda le radici nel
ceppo primigenio lombardo e si distingue da tutti gli altri dialetti
siciliani perché costituisce una lingua a parte, e non un dialetto, così
come accade per la lingua albanese parlata a Piana degli Albanesi.
Un'isola linguistica gallo-italica cui bisogna accostarsi per
partecipare a quella ricchezza di cultura, di storia, di tradizione, di
avventura, di natura stessa che questo linguaggio rappresenta.
Presente
Imperfetto
Passato Remoto
Iea uò
Iea avaia
Iea isg
Tu iei
Tu avii
Tu avist
Rau iea
Rau avaia
Rau ièv
Nieucc auoma
Nieucc avimu
Nieucc iev mu
Vieucc avai
Vieucc avii
Vieucc avist
Roi iean
Roi avaiu
Roi ievu
Al tempo dei romani la
zona comprendente Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna veniva
chiamata Gallia Cisalpina che, assieme alla Gallia Francese, era abitata
dai Galli. I Normanni, come sappiamo, portarono al loro seguito i
Lombardi di questa zona che scesero in più ondate verso la Sicilia dal
1061 al 1125. Essi portarono il loro linguaggio che unitosi a quello del
luogo diede alla luce l'idioma di San Fratello, che dopo tutti questi
anni, ancora oggi si parla a San Fratello, nella quasi integrità degli
inizi. Le notevoli somiglianze col francese e con i dialetti parlati nel
nord dell'Italia hanno ancora di più dato fondatezza alla storia di
questo singolare modo di comunicare: da qui l'origine del termine
"gallo-italico" usato per indicare la lingua parlata nelle colonie
fondate dai Normanni e dai Longobardi: nei Nebrodi
le colonie fondate a San Fratello, Novara di Sicilia e Fondachelli
servivano per arginare eventuali attacchi di Arabi dal mare.
Man mano che i
Normanni penetrarono all'interno dell'isola, fondarono fortificazioni a
Nicosia, Sperlinga, Aidone, Piazza Armerina in provincia di Enna, Randazzo e Caltagirone in Provincia di Catania. Queste
colonie fondate in provincia di Enna e Catania avevano invece lo scopo
di separare le due maggiori colonie arabe di Siracusa e Agrigento.
Tranne a San Fratello in cui il gallo-italico ha resistito quasi intatto
fino ad oggi grazie al suo isolamento, in tutti gli altri comuni
suddetti questa lingua si è "sicilianizzata" durante i secoli,
conservando nella loro parlata solo tracce di gallo-italico. San
Fratello si può considerare quindi la capitale dei comuni gallo-italici
in Sicilia e della presenza normanna, che in questo paese è protagonista
ed allo stesso tempo ne è testimonianza l'intera popolazione. Infatti, i
discendenti dei Lombardi si stabilirono a San Fratello a seguito di
Adelaide di Monferrato che sposò Ruggero I dei Normanni nel 1090. Sembra
che il territorio di San Fratello fosse passato da Ruggero alla moglie
quando la Reggia ebbe sede nella vicina Troina.
Per generazioni essi hanno custodito questa lingua gelosamente,
tramandandola sempre alle nuove generazioni senza alcuna (o quasi)
contaminazione.
Parole Tradotte
Eua
Bello
Beau
Bicchiere
Att
Cielo
Zzieu
Chiodo
Cià
Pettine
Piecciu
Capelli
Cavai
Presto
Manau
Qui
Zzea
Occhio
Uogg
Cavalli
Cavei
Fazzoletto
M-caraur
Coltello
Cutieu
Nipote (maschio)
Niev
Nipote (femmina)
Nezza
Fuoco
Dusg
Gomitolo
Dum-scieu
Valle
Veu
Cane
Chien
Fede
Fò
Abortire
Az-rter
Chiesa
Criesgia
Pace
Pesg
Noce
Nausg
Croce
Crausg
Lupo
Dàuv
Lepre
Dievr
Natale
D-nareu
Carnevale
Car-dver
Gelo
Zieu
Sete
Sai
Poesia in sanfratellano con traduzione, tratta dal libro
"vant d rracafart" (vento di roccaforte). Di
Rosalia Ricciardi.
San Frareau
Rracafart è u trist e sulitariji uardien di 'st paies,
la zzima ch tuocca u zzieu scunfitta
p'avar p'rdù suota terra mtea di chiesi:
ghj'erbu la furia s' purtea,
na spav'ntausa freuna u Vintduoi
li criesgi cchjù bedi nvirucchiea e la pupulazian sparpaghjiea.
'St paies sanza stuoria e spughjiea d'i si t'sar cieng u pessea gluriaus:
è ngh'erbu sanza rarighi.
quant era beu San Frareau
e ni von sacch dasciea n cunsogna:
'st paies è la giemma d'i Nebrodi,
u Bivier e Maulazz son di diamant nta n basch di vlut vierd e di ieuna
frosca,darmiji d'u zzieu.
Zzea gh'Ierab p' scaper dascien cavei c'u mant nar e dusgiant
e n caunt chi sciunò zzea nto Milciant mi dasciea 'sta pardara raff'nara.
San Frareau chi darm cuiet nto mezz d'i uei d'u maun
apusea fra l' muntegni e u mar iea b'sagn d'i si f'ghjuoi,
chi tenc si ng'anean p' n' turner.
San Fratello
Roccaforte è il triste e solitario guardiano di questo paese,
la cima che tocca il cielo sconfitta
per aver perduto sotto terra metà di case:
gli alberi la furia si portò via,
una spaventosa frana nel ventidue
le chiese più belle seppellì e la popolazione sparpagliò.
Questo paese senza storia e spogliato dei suoi tesori rimpiange il suo
passato glorioso:
è un albero senza radici.
quanto era bello San Fratello
e non vedono quello che ha lasciato in eredità:
questo paese è la gemma dei Nebrodi,
il Biviere e Maulazzo sono due diamanti in un bosco di velluto verde
d'acqua fresca, lacrime di cielo.
Qui gli Arabi per scappare lasciarono cavalli dal manto nero e lucente
e il conte che scese qui nel millecento ci ha lasciato questa parlata
raffinata.
San Fratello che dorme tranquillo fra i guai del mondo
posato fra le montagne e il mare ha bisogno dei suoi figli,
che tanti sono andati per non tornare.
Recentemente si sta cercando di
trasformare l'idioma in una lingua a tutti gli effetti con tanto di
riconoscimento, ma alla difficoltà di trasformazione (con tanto di
vocabolario) e, quindi, trascrizione del sanfratellano si deve purtroppo
aggiungere la difficoltà burocratica che ostacola il riconoscimento, non
certo per questioni storiche, ma solamente per una questione di fondi,
che in Sicilia sono destinati interamente alla lingua albanese e,
naturalmente la spartizione di questi, trova come ostacolo principale la
politica palermitana (principalmente) restia a cedere. La guerra è
appena agli inizi e di certo prima o poi il riconoscimento avverrà,
perchè sarebbe una ingiustizia troppo grande e un peccato culturale
perdere questa importantissima tradizione storica. A patto che la gente
di San Fratello continui a tramandare ai propri figli la singolare
"Lingua Sanfratellana".
IL GALLO-ITALICO, LINGUA 0 DIALETTO?
San Fratello è l'unico paese della
Sicilia dove si parla ancora - e quasi inalterato da secoli - un idioma
che viene definito "gallo-italico" dal territorio di provenienza e che
costituisce la lingua madre della gente del luogo, la quale in essa si
riconosce e in essa veicola la sua particolare etnìa.
I nove secoli di persistenza di una così peculiare parlata si spiegano
alla luce di un complesso di fattori riconducibili a queste esclusività:
l'ermetica chiusura del paese, fino a qualche decennio fa, ad ogni
contatto con il mondo esterno ai suoi confini, la gelosa conservazione
dei relitti culturali del passato, il rifiuto di ogni contaminazione con
tutto quello che costituiva "altro da sé", la refrattarietà ai
cambiamenti, la gratificazione derivante dal capire e non essere capiti,
la consapevolezza della impenetrabilità di questo codice linguistico e
la impossibilità di imitarlo o di impararlo.
I troppi e troppo rapidi mutamenti sociali di questa civiltà postmoderna
hanno però in poco tempo messo in discussione tutto, hanno alterato in
parte la fonetica originale e persino la sostanza culturale del
dialetto, o lingua sanfratellana.
A tali alterazioni contribuiscono i sempre più usati linguaggi
massmediali, il capillare diffondersi dell'italiano, la globalizzazione
culturale e comportamentale. Proprio questi fenomeni hanno fatto
abbassare al 30% il numero dei bambini che usano il dialetto locale come
prima lingua. Non deve, pertanto, essere sottovalutato, o minimizzato,
il rischio di una futura scomparsa, agevolata anche dai pregiudizi, che
tendono a scalfire e compromettere la forza culturale e antropologica di
tale lingua.
Ora, quando una comunità smarrisce le sue radici, tende a dimenticare
anche la sua connotazione etnica, la sua specificità spirituale e il suo
modo di essere e di rapportarsi. L'accenno ai pregiudizi non è stato
casuale. Essi hanno origini antiche, come ci dimostra Leonardo Vigo,
autore di una nota e apprezzata Raccolta amplissima di canti popolari
siciliani. Già nel 1857 questo studioso esprimeva un giudizio poco
lusinghiero sulla lingua di San Fratello che definiva «inamabile greco,
più inintellegibile della favella di Satanasso...; linguaggio ibrido,
incomprensibile a qualsiasi altro, fuorché a chi l'adopera».
Di opinione nettamente contrapposta è invece lo scrittore santagatese
Vincenzo Consolo, autore di romanzi divenuti dei classici della
narrativa italiana, il quale, spiegando la genesi del suo
sperimentalismo linguistico, in Fuga dall'Etna così scrive: «(Le mie)
non sono... parole inventate, ma reperite, ritrovate. Le trovo nella mia
memoria, nel mio patrimonio linguistico, ma sono frutto anche di mie
ricerche, di miei scavi storico-lessicali. Sin dal primo libro sono
partito da una estremità linguistica, mi sono collocato, come narrante,
in un'isola linguistica, in una colonia lombarda di Sicilia, San
Fratello, dove si parla un antico dialetto, il gallo-italico. E' quella
stessa particolarità storico-linguistica avvertita da Sciascia». Questo
dialetto acquisisce, dunque, un'autentica dignità letteraria nella
narrativa di Vincenzo Consolo, che lo impiega come un codice arcaico,
magico e archeologico per una possibile riappropriazione della memoria
poetica e culturale della sua gente, per una riesumazione storica del
substrato più sommerso della civiltà siciliana.
Ma che cosa sono e da dove provengono i dialetti gallo-italici di
Sicilia? E a quale periodo risalgono? Risposte scientificamente
attendibili ce le forniscono gli studiosi contemporanei, tra cui il
prof. Salvatore Riolo, di San Fratello, ricercatore presso l'Istituto di
Glottologia dell'Università di Catania e autore di numerosi saggi,
conferenze e libri sull'argomento. In Sicilia, dunque, oltre l'albanese,
si parla - ma solo a San Fratello - il gallo-italico, esteso fino ai
primi del Novecento a un gruppo consistente di ex "colonie" lombarde,
ubicate lungo un itinerario storico segnato dal conte Ruggero il
Normanno nella parte centrale della Sicilia. Secondo informazioni
storiche abbastanza remote, "colonie" lombarde furono con certezza:
Randazzo, Vicari, Capizzi, Nicosia, Maniace ed altri centri minori, come
ci informa un diploma del XII secolo.
Dal confronto tra le notizie storiche medievali con i dati linguistici
esaminati dalla fine del secolo scorso ad oggi, emerge il fatto che
"lombarde" furono anche Messina, Santa Lucia del Mela, Militello
Rosmarino, Corleone, Piazza Armerina, Butera, Nicosia e Maniace. Per i
glottologi, invece, i quali si basano su testimonianze e studi di
carattere esclusivamente linguistico, i veri centri "lombardi" sono solo
Piazza Armerina, Aidone, Sperlinga, Novara di Sicilia, San Fratello. Gli
altri paesi ricordati furono semplicemente lombardizzati. Da questo si
evince che le discordanze non mancano neppure oggi e che una esatta
individuazione dei siti effettivamente fondati dalla colonia di
cavalieri nordici, al momento risulta molto difficile. Il conte Ruggero
sbarcò a Messina nel 1060, ma quale fosse l'ambito geografico di
provenienza dei cavalieri che erano al suo seguito è questione su cui si
discute da tempo. Di certo sappiamo che questa scorta era formata da
militari lombardi, scelti e fidati, che Ruggero fac eva stanziare in
punti strategici dell'isola allo scopo di liberarla dalla presenza degli
arabi, sbarcati qui fin dall'VIII secolo. Per raggiungere Enna, il Conte
percorse un tracciato interno fino a Troina, roccaforte felicemente
posizionata per dominare sui due versanti della Sicilia. Presìdi di
cavalieri vennero lasciati a Randazzo, Patti, Militello Rosmarino e San
Fratello in quanto roccheforti chiave dello scacchiere normanno.
In merito all'area geografica di provenienza, dunque, alcuni studiosi
ritengono che essi fossero giunti da un'unica regione italiana. Di
questo parere sono Michele Amari, Giuseppe Pitré, il De Gubernatis ed
altri, i quali sostengono che il territorio in questione fosse il
Monferrato, per via dei matrimoni celebrati fra membri della famiglia
del Conte e membri della famiglia dei marchesi monferrini. La politica
di far contrarre matrimoni tra gli Altavilla e gli Aleramici serviva a
saldare i due potenti casati.
Di opinione diversa sono Luigi Vasi, il De Gregorio, il Piazza e la
Petracco Siccardi per i quali non è riconducibile a un unico ambito
geografico l'origine di queste truppe di cavalieri. Lo attesterebbero le
notevoli differenze fonetiche registrate all'interno degli stessi
dialetti gallo-italici. Luigi Vasi, per esempio, verso la fine del 1880
fece un'operazione letteraria singolare: tradusse una novella di
Boccaccio in sanfratellano, in nicosiano, in piazzese e in aidonese e
poi ne comparò le varianti linguistiche. Dal raffronto dedusse che alla
formazione di queste colonie avevano concorso per metà la Liguria, il
Piemonte, il principato di Monaco e la contea di Nizza, e per l'altra
metà l'Emilia e le province del Mezzogiorno. Vasi sostiene che nelle
parlate di Nicosia e di Sperlinga c'è una preminenza di fattori
linguistici liguri; in quello di San Fratello emergono, invece,
influenze tipiche della provincia di Alessandria.
Secondo la glottologa Petracco Siccardi, in sintesi, il Monferrato
attuale è geograficamente più ristretto del Monferrato storico. L'area
di provenienza, secondo la sua tesi, sarebbe quella parte dell'Italia
settentrionale in cui si stanziarono al tempo Romani e Galli, per cui il
territorio è linguisticamente "gallo" e "italico", in quanto rientra
nella parte italiana. II termine "gallo-italico" di conseguenza, come
aveva ammesso il De Gregorio nel 1886, si riferisce più alla
denominazione del territorio delle colonie che non all'origine della
lingua. [Pippo Maggiore]
Poesia tratta dal libro
"A Tarbunira" di Benedetto Di Pietro
 TARBUNIRA
Na vauta s’arcaunta e si
disg,
ô tamp dû re dî bàia
ghj’era a Maunt Sar
na mändra di väcchi bleanchi.
Cuscì accumunzäva u zzu Arfìan
u caunt di la mändra
tramurära ng’ar.
Nièucc carusgì assitei,
â tarbunira, ô scalan di la parta
sprämu chi n giuorn
m’avàia acapter di vrar
na bièstia cun tänt di mulogn
ô cadd, scampanijer
ntô buscott di Cudura.
L’avai a pighjer pi li
carni
e tinarla fierma, masenanqua
sprisc. Ma se ghji la fai,
acumanzu a passervi davänt,
una, daui, ciant väcchi,
li ciarvedi, i chiei,
li scioschi dû dät, i quadirì dû rräm,
tutta la rrantidarìa
e a mèan a mèan si chièngiu ng’ar fìan.
Mi suntimu giea rricch, ma ogni sara
si rrumpiva u ncantiesim
quänn mestr Antunìan turnäva di la campegna
a caveu di n scecch cilärb cu n fesc d’aiàna.
Anämu a rruberghjila pi ferm li sampogni
e tutt li vauti eru santiuòi e giastomi,
chi m’avàiu a cascher ghj’uogg
pircò ermu fighjuoi di grèan baiesci