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20 Ottobre 2011.
Tra gli sport di squadra, il calcio è certamente uno
dei più difficili da svolgere per le persone che
presentano disabilità. Prima di tutto per il vasto
spazio di gioco, per le regole abbastanza chiare
sulle modalità di giuoco, che lasciano poco spazio
alla creatività e per le molto meno chiare regole
sul regolamento disciplinare da applicare in campo,
visto la confusione che regna anche tra i
normodotati dalla terza categoria dilettanti fino ai
massimi livelli internazionali del calcio
professionistico. Poi se la disabilità in questione
è una cecità totale degli atleti, ecco che le
difficoltà sembrerebbero insormontabili e potrebbero
farci pensare che il calcio in fondo non sia uno
sport per tutti. Invece, lo sport più praticato al
mondo, quello che in Italia è diventato come la
pasta e la pizza, lo sport che ha cementato sodalizi
tra giovani e meno giovani; quello che accomuna e
divide più persone in tutto il pianeta, insomma, uno
sport tra i più belli e completi in assoluto, ha
aperto le porte anche per i disabili non vedenti.

Non è una notizia
nuova, infatti il progetto è partito fuori dai
nostri confini nazionali qualche anno fa e la
crescita lo ha portato in giro per i cinque
continenti a tal punto che dal 1998 vengono
disputati i campionati del mondo per nazioni. Ad
organizzare l’evento è la Blind International Sports
Federation con l’aiuto delle federazioni delle
nazioni partecipanti. Qualora non bastasse un evento
come un mondiale di calcio a far comprendere la
crescita e l’affermazione di questa disciplina,
bisogna ricordare che il calcio per non vedenti è
anche uno degli sport dei Giochi Paraolimpici che si
svolgono subito dopo le classiche olimpiadi. Da
settembre 2010 a supportare questo crescente
interesse per questa disciplina anche la Federazione
Italiana Sport Paraolimpici per Ipovedenti e
Ciechi.
"Ma come fanno i non vedenti a giocare uno sport
così complesso e pieno di variabili?"
Naturalmente per
riuscirci alcune regole rispetto al calcio normale
sono state adattate. Il campo di giuoco è quello del
calcio a 5, tutti gli atleti sono non vedenti tranne
il portiere, e per evitare che qualcuno possa trarre
un vantaggio da qualche minor grado di disabilità
(come le persone che riescono a vedere le ombre),
tutti gli atleti in campo – a parte come detto i
portieri - vengono bendati. Gli atleti in campo non
vedenti riescono ad orientarsi esclusivamente con
gli altri sensi, soprattutto l’udito ed il tatto. Il
pallone al suo interno è dotato di alcuni ausili
acustici, campanellini o sonagli, per consentire a
questi atleti di poter rincorrere, calciare,
contrastare guidati e orientati dall’udito. Non ci
sono le rimesse laterali, poiché vi è un muro
protetto che circonda il terreno, ed ogni squadra ha
un allenatore che lancia le istruzioni da bordo
campo: di solito la posizione ideale è dietro la
porta avversaria, in modo che tutti i suoi giocatori
sentendo continuamente la voce dell’allenatore sanno
orientativamente dove si trova la porta avversaria e
possono anche orientarsi sulla loro posizione in
campo. Inoltre, ogni calciatore di una squadra
ripete una parola come ad esempio il colore della
propria maglia, mentre gli avversari ne ripetono
un’altra diversa, in modo che il portatore di palla
sa se di fianco ha un compagno o un avversario.
Tutto ciò aiuta i difensori ad organizzarsi per
recuperare la palla e gli attaccanti a sapere dove
si trovano avversari e compagni in fase di attacco.

Allenare una
squadra di non vedenti.
L’allenamento in
una squadra di calcio con questa disabilità deve
essere differenziato in base alle esperienze degli
atleti: ci sarà il soggetto ipovedente dalla nascita
e quello che invece ha la disabilità da qualche anno
e ognuno di essi avrà anche una esperienza diversa
con lo sport che renderà la squadra non omogenea. Ma
dopotutto neanche una squadra normodotata è
perfettamente omogenea, in questo caso però il
lavoro assumerà una importanza maggiore visto che
l’allenatore, oltre ad allenare tutte le componenti
sportive e umane, in certe occasioni dovrà
sostituirsi anche al senso della vista o, almeno,
provare a farlo.
L’allenatore deve
cercare di ristabilire l’equilibrio senza peraltro
demotivare i soggetti più capaci. Ognuno proviene da
un tipo di ipovisione diversa ma tutti dovranno alla
fine fare parte di una squadra.
Tra i primi passi
bisogna eseguire una anamnesi completa distinguendo
per gradi il lavoro di partenza: dall’ipovedente
congenito all’ipovedente acquisito e a sua volta da
chi grazie ad esperienze varie parte con un certo
bagaglio di movimenti con chi è affetto anche da
ipomovimento, con tutte le differenze che ciò
comporta: dalla coordinazione, alla capacità
spazio-temporale ecc.... Questa importante raccolta
dati ci permetterà di stabilire la partenza e
organizzare la progressione del lavoro individuale
che dovrà periodicamente confluire nel lavoro di
gruppo. Inoltre sapremo se bisogna attuare un lavoro
più concentrato sull’adattamento alla nuova
condizione per l’ipovedente acquisito, perché
precedentemente abituato ad utilizzare tutti i
sensi, o un lavoro di aggiornamento per l’ipovedente
congenito, in modo che possa attuare le più recenti
e vantaggiose informazioni in merito. Non solo,
bisogna considerare anche il grado di ipovisione,
visto che poi - come ricordato precedentemente -
tutti giocheranno bendati, cioè pari ad una cecità
totale per non favorire nessuno.

Un primo lavoro
si dovrà principalmente orientare verso
l’acquisizione dello spazio circostante e
l’eventuale movimento e orientamento all’interno di
esso. Tutto questo per garantire e dare sicurezza
all’atleta con tutti i benefici che ne
conseguiranno. Gli atleti Dovranno esercitarsi a
capire la posizione in campo e non dovranno mai
perdere l’orientamento. A supporto di ciò, come
precedentemente detto c’è l’allenatore che si
posiziona dietro la porta avversaria garantendo un
punto di riferimento importante in campo.
L’allenamento dell’udito deve essere perfezionato,
cercando di allenare la fase discriminante tra un
suono e l’altro, in quanto alle istruzioni del
proprio allenatore si sommerà la voce
dell’allenatore avversario, nonché le voci dei
singoli atleti avversari e compagni che cercheranno
di tessere una ragnatela sonora per capire l’esatta
posizione in campo di ognuno dei singoli componenti
e crearsi un immaginario quadro del gioco che sia il
più vicino possibile alla realtà. E poi c’è
l’oggetto più importante da tenere in
considerazione: il pallone sonoro. Questi primi
passi, quindi, dovranno essere cercati
immediatamente dopo una certa disinvoltura
all’interno del rettangolo di gioco, perché saranno
proprio questi segnali che garantiranno all’atleta
di disegnare nella sua mente il campo di giuoco con
tutte le sue variabili all’interno.
Un ulteriore
lavoro a supporto dovrà garantire una parallela
crescita tecnica e tattica supportate da una idonea
preparazione atletica, senza precludere all’aspetto,
forse, più importante di tutte le discipline per
disabili: la crescita psicofisica e sociale.
L’allenamento
tattico deve essere conseguito per gradi, tenendo
sempre presente le caratteristiche di ogni singolo
soggetto. Fondamentale sarà la crescita della
squadra in toto, perché alla crescita del singolo
sarà data una considerevole attenzione all’inizio
del lavoro, ma subito dopo le cure dell’allenatore
saranno dirette alla crescita e all’integrazione del
gruppo. Il lavoro dovrà prevedere la ricerca e
distinzione di segnali sonori corretti per cercare
di formare un gruppo che in campo si muova con una
certa disinvoltura e che copra lo spazio di gioco in
modo omogeneo garantendo allo stesso tempo fasi di
attacco e difesa organizzate. Di fondamentale
importanza per la fase di difesa saranno gli aiuti
del portiere (unico componente senza disabilità del
gruppo).

Tra gli
allenamenti maggiore importanza dovrà avere la
tattica senza palla: ognuno dovrà posizionarsi ad
una certa distanza dal compagno per creare un muro
per l’avversario; distinguere a sua volta avversario
in movimento, palla e compagno che lo contrasta
garantendo la copertura senza creare il classico
impiccio “tutti sulla palla”. Ad esempio: cercare di
formare una diagonale difensiva mantenendo le dovute
distanze. In modo che gli atleti si eserciteranno a
posizionarsi in modo corretto per difendere la
propria porta orientandosi solamente con i segnali
sonori (palla, avversario, compagni, istruzioni
portiere e allenatore, disturbi esterni e degli
avversari).
Un allenamento
tecnico deve necessariamente avere dei gruppi di
lavoro, in quanto come nelle squadre normodotate,
anche in una squadra con disabilità gli elementi si
presentano con caratteristiche ed esperienze
tecniche diverse. Per quelli tecnicamente più
avanti, sarà indispensabile alternare allenamenti di
maggiore difficoltà con allenamenti di gruppo per
aiutare i compagni che non si trovano allo stesso
livello e allo stesso tempo cercare di far
interagire il gruppo in tutti i suoi elementi. Ma il
lavoro più difficile sarà svolto con gli elementi
che sono all’inizio di questa avventura sportiva.
Per questi soggetti il contatto con il pallone sarà
solamente uno dei primi passi di un percorso più
lungo, visto che rispetto ai soggetti vedenti in cui
tra le opzioni di gioco il passaggio smarcante è una
caratteristica tecnica utilizzata allo stremo, nelle
squadre non vedenti questa diventerà una opzione di
rarissima utilità, sostituita al primo posto dalla
conduzione della palla. Allenare, quindi, la
conduzione di palla, il tackle, il controllo in
movimento e il tiro in corsa saranno le prerogative
principali. Soprattutto, bisogna cercare nelle
classiche partite di allenamento, di non fermare mai
la palla, neanche quando si trova tra i piedi,
perché ciò vorrebbe dire non sentirla più, cioè non
sapere esattamente dove si trova. Esempio: schierare
i ragazzi lungo la linea del campo e dare ad ognuno
di loro una palla tra i piedi, l’esercizio sarà
quello di muovere in continuazione il pallone col
piede destro e col sinistro utilizzando maggiormente
l’interno del piede; successivamente, si potrà
pensare alla conduzione della palla che rispetto ai
normodotati, i quali possono permettersi di tirare
avanti il pallone per rincorrerlo, gli atleti
disabili ciechi dovranno cercare di mantenere il
pallone il più vicino possibile ai piedi, ed infatti
i tocchi ravvicinati di interno piede sono una
prerogativa anche nella conduzione della palla.
L’allenamento del tiro dovrà concentrarsi
soprattutto sui tiri in movimento, che rispetto al
classico tiro di una atleta normodotato, non avrà
rincorsa e quindi dovrà essere eseguito in modo
corretto anche senza avere a disposizione quei due o
tre passi per poter caricare la gamba, cercare la
coordinazione e scaricare la potenza sulla palla. In
questo caso i tiri di punta e d’interno piede sono
quelli più utilizzati.

Allenare una
squadra di totalmente ciechi vuol dire a maggior
ragione che l’allenamento principale sarà quello che
verrà svolto sulla testa di ogni singolo giocatore e
per ultimo sulla psicologia dell’intero gruppo, che
come ci ricordano numerosi esperti del settore, non
è mai uguale alla somma delle parti, ma un corpo a
sé che ha bisogno di essere allenato altrettanto.
L’individualizzazione dell’allenamento passa
attraverso l’ambiente di allenamento e di gioco:
dovrà essere familiare e non deve nascondere
insidie. L’allievo deve sentirsi a proprio agio sia
nello spazio di gioco, quindi diventa necessario la
conoscenza di esso, sia tra i compagni ed infine con
l’allenatore. Questo gioverà non solo all’allievo
che avrà maggiori margini di crescita sociale e
sportiva, ma anche all’intero ambiente sportivo che
quindi potrà contare su un fattore in più di
crescita di gruppo. L’allenatore cercherà di dare le
giuste istruzioni senza creare confusione e senza
farle mancare mai, tenendo in considerazione che
l’udito sarà il primo dei sensi che verrà in aiuto
alla perdita della vista. L’osservazione
dell’allenatore dovrà focalizzarsi sulla postura e
sugli atteggiamenti di gioco di ogni singolo atleta
prima, e successivamente dell’intera squadra. Una
postura curva, barcollante e insicura ci farà capire
che il ragazzo non è a proprio agio nell’ambiente di
gioco e le cause possono essere diverse. Un
atteggiamento dismesso ci segnalerà una scarsa
partecipazione al gioco. L’importante saranno gli
interventi, soprattutto quelli motivazionali, che
devono essere mirati e dovranno raggiungere gli
obbiettivi il prima possibile per non creare il
classico effetto a cascata. Infatti, se la
motivazione può essere contagiosa in positivo, al
contrario gli atteggiamenti negativi di un singolo,
possono contagiare l’intero gruppo in negativo.
Fisicamente gli
atleti dovranno allenarsi tenendo presente età,
sesso e categoria di gioco, ma tra le tappe più
importanti non potremmo non considerare una
caratteristica peculiare di questo sport: il calcio
per ipovedenti si basa su una difesa organizzata
collettivamente, al contrario, nella maggior parte
dei casi, un attacco individuale. Aggiungiamo pure
che il calcio è uno sport classificato come una
disciplina in cui più che la parte aerobica, è
quella anaerobica che incide sui risultati, quindi
come nel calcio per normodotati l’allenamento
raggiungerà il suo culmine d’importanza con esercizi
che allenano la rapidità e la resistenza alla
velocità.
In
conclusione, l’aspetto primario resterà il gioco e i
suoi benefici fisici, psicologici e sociali. La
crescita umana dovrà stare sempre un passo avanti
alla crescita dell’atleta. Un bravo allenatore non
sarà chi porterà alla conquista del risultato, ma
chi metterà le basi per una crescita collettiva del
gruppo e in ogni sua parte singola, mantenendo
l’interazione sociale e mettendo il divertimento al
centro di tutto, invogliando i rapporti di
aggregazione sociale e di empatia, perché in fondo
la vittoria giungerà, a prescindere da qualsiasi
risultato, al fischio finale di ogni partita.
[Carmelo Emanuele] |