|
22 Gennaio 2012.
Recensivo libri a cottimo, 1500 lire a pezzo, quando
il mio caporedattore di allora, Anselmo Calaciura
del Giornale di Sicilia, mi chiamò, «Scrivi di
questo romanzo: dicono sia bellissimo». Il titolo
suonava latinoamericano, Il sorriso dell'ignoto
marinaio. Dell'autore, si sapeva poco, Vincenzo
Consolo, faceva il funzionario alla Rai e, come
diceva maliziosa la critica Grazia Cherchi, «Qual è
il mestiere più diffuso tra i nostri scrittori?
Funzionario Rai, un sacco di tempo libero».
Presi l'elegante volumetto Einaudi con il disincanto
precoce di chi lavora sui libri per mestiere, ma le
imprese del barone Mandralisca, che riceve in dono
all'isola di Lipari il ritratto di ignoto poi
attribuito ad Antonello da Messina e oggi custodito
in un piccolo museo di Cefalù, la sua passione per
la malacologia, molluschi di cui ancora si conserva
l'eccezionale collezione di conchiglie, mi rapirono.
Consolo metteva in campo una scrittura raziocinante,
dove la passione politica dell’avvocato Interdonato,
patriota contro il regno dei Borboni, diventa non
l’ennesima saga siciliana della terra «senza
redenzione», ma favola umana del bene e del male,
della dignità, del dolore e fantasia.
Come in Pedro
Paramo, il capolavoro del messicano Juan Rulfo che
nessuno più legge, la morte e la vita sono in
Consolo trama del nostro divenire. Nel narrare le
lamentazioni di un ribelle del paese di San
Fratello, borgo siciliano popolato da coloni
lombardi al tempo della normanna Contessa Adelasia,
dove ancora si parla un dialetto gallo-italico, con
echi di piemontese, ligure, lombardo, emiliano e
provenzale, e si allevano celebrati cavalli di
razza, Consolo intreccia italiano e lingue povere,
anticipando lo stile che Andrea Camilleri forgerà in
best seller globale.
San Fratello era il paese del padre di Bettino
Craxi, non lontano dalla Sant'Agata Militello
dov'era nato Consolo. Poi, per il politico e lo
scrittore, Milano era stata metropoli di vita e
lavoro. Consolo non aveva né la sagacia, né la
malizia del suo amico Leonardo Sciascia nel trattare
con i reporter, e a ogni elezione milanese cadeva
nel tranello di prendersela con le nuove
maggioranze, in un gioco frustrante: «Vado via,
lascio Milano», per poi restare nel luogo che amava,
come Quasimodo, come Vittorini.
Riferiva
incantato i colloqui con il nipote Nino Bertoloni
Mei, giornalista politico a Roma, stregato da una
trama la cui intrigante crudeltà gli sfuggiva, come
gli sfuggì la violenza degli anni di piombo a
Milano, troppo feroci per il suo candore. Sembrava
felice solo con qualche amico, in famiglia,
lavorando sui libri o parlando ai ragazzi,
nostalgico come l'aristocratico Mandralisca di una
vita racchiusa nella madreperla di una conchiglia.
Il regista Roberto Andò racconta nel suo libro
Diario senza date del fallito progetto di film sul
poeta siciliano Lucio Piccolo, autore dei versi di
Plumelia, «pure il rovo ebbe le sue piegature di
dolcezza, anche il pruno il suo candore».
Andò e Consolo cercarono nel villaggio di Ficarra
Giuseppe, il figlio abbandonato dal poeta. Sfuggiti
a misteriosi posti di blocco di gabelloti, arrivano
alla casa dell’appuntamento ma quando Consolo prova
a dire «Sono stato amico di suo padre...» Giuseppe
si rivolta con «la feroce dignità di un reietto». La
«dignità feroce» del figlio di Piccolo respinto, e
«il candore» dei versi del poeta padre, contengono
tutto Enzo Consolo. E se lo immaginate, sorriso
lampeggiante dietro gli occhiali a gustare prima del
film mancato «un piatto di spaghetti... alla neonata
di uvaro» avrete - solo per un flash, l’ombra dello
scrittore che si voleva «ignoto» come il marinaio
suo eroe. |